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sabato 25 marzo 2017

Imperialismo (il mio 25 marzo)

(...avrei avuto tanto da fare. Poi, scorrendo i tweet del mattino, ho visto che i simpatici gazzettieri continuavano a diffondere terrore. Loro sono il nemico, e io lo so, e loro sanno che io lo so, e che grazie a me lo sapete anche voi, e io so che loro sanno che io lo so. "Che fare? Che fare?" mi chiedono accorati e tremebondi i "qualcosisti", quelli che vogliono fare qualcosa, qualsiasi cosa, e che così agendo riescono a fare sempre e solo il gioco del nemico, legittimandone gli scherani quando accordano loro dignità di interlocutori, prestando il fianco ai suoi sicari quando si esibiscono in smanie esagitate, e via "qualcosando". Che fare è semplice: ve lo dice il nemico. Fate il contrario di quello che vi chiede. Oggi il nemico voleva che noi non partecipassimo (e troppi ci son cascati). Morale: ho chiamato Luciano, gli ho chiesto dove andava, e ho detto: "Vengo anch'io...". Dopo di che, mi sono fatto altre due manifestazioni. Alla prima delle tre mi hanno fatto parlare, si sono fidati, nonostante, si sa, io del tema sia inesperto, in quanto ultimo arrivato, e il mio discorso è stato questo, che copio dagli appunti, scritti mentre ascoltavo distrattamente discorsi di botanica - roba sulle radici - che con il problema c'entravano ben poco - e se anche c'entrassero, le radici, a parlarne sarebbe legittimato chi le conosce...)



Ringrazio Giorgia per avermi dato la parola. Oggi non pensavo di muovermi, né tanto meno di venire qui, né di parlare. Sono venuto qui perché mi hanno detto di non farlo i media, con la loro simpatica campagna di terrorismo, e i miei compagni di sinistra, quelli che "non ti invitiamo alle nostre manifestazioni perché tu parli con Salvini". Allora, tanto per chiarirci: io, uscito da qui, andrò a piazzale Tiburtino ad ascoltare Marco Rizzo. Posso parlare lo stesso? Sì?

Bene: destra batte sinistra uno a zero, e andiamo avanti.

Immagino quello che pensate: ora arriva l'economista e ci parla dell'euro. Ma perché parlare dell'euro, anche oggi? Non è il tema del giorno e non ci aiuta a capire cosa non va nella costruzione europea. Il problema è un altro, politico, o se volete logico: l'idea malsana che siccome le nazioni hanno portato i conflitti del XX secolo, allora dobbiamo creare una supernazione, gli Stati Uniti d'Europa, nella quale le sovranità nazionali si dissolvano, portando per sempre la pace nel mondo. Insomma: sconfiggere il nazionalismo con una supernazione, che ci aiuti a combattere contro la Cina (e la sua concorrenza).

Un'idea non molto logica, non trovate? E da una logica così distorta, quali frutti vogliamo aspettarci?

Vedete, anche l'imperialismo è contro il nazionalismo: naturalmente contro il nazionalismo degli altri, cioè contro il desiderio di autodeterminarsi dei paesi che la potenza egemone ha predestinato al ruolo di colonie.

Il progetto europeo è imperialista, quindi, ma soprattutto illogico, e non credo si possa dirlo meglio di così:



Cedere sovranità a questa Europa perché questa Europa non funziona, cioè affidarsi totalmente a un medico perché è un ciarlatano!

L'Europa non ci ha dato la pace: quella ce l'ha data, a modo suo, la NATO. L'Unione Europea è stata strumento di una rimozione psicanalitica del conflitto fra i suoi membri. Il suo scopo è stato quello di gestire in modo non democratico, trasferendolo presso istituzioni controllate dalle lobby monopolistiche, il legittimo conflitto fra legittimi interessi nazionali che legittimamente differiscono.  Negare che gli interessi possano divergere, demonizzare la nozione di conflitto, per occultare che se ne sta impedendo una mediazione democratica, non significa assicurare la pace: significa porre le premesse per una guerra più sanguinosa, una guerra fra poveri, una guerra civile.
 
Ci dicono che siamo nazionalisti, xenofobi. A voi l'hanno sempre detto, perché siete di destra, e magari avranno anche avuto ragione. A me, che sono di sinistra, lo dicono da quando ho iniziato a dire la verità. Ma le cose stanno in un altro modo.

L'euro è nazionalismo, e basta poco per rendersene conto.

Intanto, non dobbiamo mai dimenticare che l'euro ci è stato proposto come status symbol: i popoli del sud l'hanno visto come occasione di riscatto di una identità nazionale mortificata e vilipesa ad arte dai media controllati dal capitale estero predatorio. Siamo entrati nell'euro per far vedere che anche noi italiani (o spagnoli, o greci), eravamo una grande nazione, meritavamo la prima classe. Insomma: non c'è stata un'adesione razionale (che non poteva esserci, perché c'è stata solo propaganda e non dibattito), non abbiamo potuto valutare se ci conveniva, ma siamo partiti dal principio che, siccome eravamo peggiori degli altri, avremmo avuto bisogno di questo dischetto di metallo per riscattarci, per dimostrare di essere all'altezza come italiani. E questo non è nazionalismo?

E poi, quelli bravi, gli intellettuali che sanno di politica, te lo dicono anche: "Sai, Bagnai, tu fai la maestrina, ma la verità è che l'euro non è un progetto economico ma politico, serviva a creare un'identità europea che è bella, mentre quella nazionale è brutta"... E perché mai? Perché un'identità che esiste dovrebbe essere peggiore di una che non esiste? Perché se il problema per gli europeisti è l'identità nazionale, allora la soluzione non può evidentemente essere una costruzione (l'Europa) della quale ci dicono che non funziona per colpa nostra, perché non ci sentiamo europei, cioè perché non abbiamo un'identità... che non c'è!

Ma scusate: in tutto il mondo si commercia, ci si accorda per controllare o non controllare frontiere, si coopera su tanti piani, e lo si fa senza darsi una singola moneta e senza affidarsi a quella caricatura di istituzioni nazionali che sono le istituzioni europee, dove un Parlamento che non fa le leggi viene imbrigliato da un esecutivo che ha potere legislativo mentre una Corte di Giustizia smantella le Costituzioni esistenti per sostituirle col nulla.

Darsi un ordinamento sovranazionale che non esiste in nessuna parte del mondo, pensando che quello che gli altri non hanno fatto perché è irrazionale a noi riuscirà perché "noi europei" siamo migliori degli altri è la peggiore forma di nazionalismo!

Non a caso questo progetto è stato propugnato e sostenuto da quelli che avevano appena smesso (a suon di spezzoni incendiari) di credersi superiori agli altri in quanto ariani. Ma hanno veramente smesso?

Ci dicono xenofobi...

Noi non siamo xenofobi, io non sono xenofobo, lo straniero non mi fa paura: i leader tedeschi, francesi, quei leader che a casa loro non rappresentano ormai nessuno, e che vengono a casa nostra pretendendo di rappresentare tutti, quelle marionette delle banche, sconfitte in casa propria dai propri elettori, loro che schierano 5.000 uomini per difendersi dagli italiani, che evidentemente considerano un popolo straniero da colonizzare, loro sono gli xenofobi.

Non prævalebunt!


(... poi me ne sono andato ad ascoltare Rizzo, passando per la manifestazione del polo sovranista, dove ho fatto per tigna una foto con Alemanno, così la compagna Visinskij la prossima volta potrà direttamente mandare quella. Ovunque, poche persone. Da Rizzo circa 400, ma molti giovani, e molti, moltissimi di voi, direi più che dagli altri, o forse solo meno timidi. Ma il massimo è stato quando mi si avvicina e mi fa: "Scusi, lei è comunista?" E io: "Ma, direi molto più di tanti altri. Perché?" "Perché somiglia a uno che va in televisione e che dice delle cose che non sono di sinistra." "Veramente? Mi interessa: e cosa dice questa persona?" "Ma, sa, vanno nei talk show, sono sempre le stesse persone, questi borghesi, difendono l'euro." "Interessante. Ma saprebbe dirmi una cosa di destra che ha detto questa persona che mi somiglia?" "No, ma tanto chi va in televisione è semprecoi padroni." "Bene: allora faccia come faccio io: la televisione non la guardi. Io la guardo solo quando vi vado, e ci vado a dire cose di sinistra. Se non lo ha capito, me ne spiace, qui l'hanno capito quasi tutti, la prossima volta stia più attento." "Ma lei come si chiama?" "Alberto Bagnai. Non è mai troppo tardi...")

(...per inciso, il 6 aprile siamo qui:


Vi aspetto, ma tutti no, perché noi siamo più di loro, di qualsiasi loro... Se mai entrerò in politica, la cosa più difficile sarà abituarsi a parlare in privato!...)
 

mercoledì 22 marzo 2017

Etica e utopia: i volenterosi carnefici dell'Unione



Nicola Baroni ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La medicina non è unascienza":

Premesso che il discorso di Alberto è chiarissimo: il tentativo di rendersi esenti da responsabilità con argomenti del genere è evidente. Tuttavia, ho un dubbio: se la dicotomia "scienza-non scienza" sia o meno un piano valido di discussione e - soprattutto - idoneo ad offrire una fotografia del problema UE-Euro. Ciò che intendo è - premesso che bisognerebbe accordarsi innanzitutto su che cosa sia scienza e poi, ma non meno importante, su cosa sia possibile aspettarsi dalla scienza - mi domando: se io arrivo a considerare le vite degli uomini come quintali o tonnellate di materia organica, sacrificabili in vista del raggiungimento di un bene superiore - la società ideale, quella della cultura della stabilità tanto cara a Monti - si può comunque continuare a parlare di scienza applicata?

Provo a rispondere. Ho paura di sì. E in questo senso mi trovo d'accordo col ragionamento fatto da Velo quando dice:

"Cosí come si è sempre saputo che la moneta é uno strumento sociale determinato dai rapporti di forza che crea vincitori e vinti, sfavoriti e avvantaggiati. Si sapeva, era previsto e si é voluto avvantaggiare alcuni. Ed é stato fatto. In questo senso la scienza economica ha funzionato benissimo..."

Io credo che un piano maggiormente idoneo ad inquadrare il problema sia espresso dalla dicotomia "astrazione-non astrazione". Mi spiego. I sostenitori e realizzatori del progetto unionista europeo mancano di aderenza alla realtà: ritengono sia possibile raggiungere in terra la società (per loro) ideale (universale) e per ottenere ciò - come ogni uomo che vive nell'astrazione - pensano di poter forzare le differenze, piegare la realtà in base alle proprie simpatie o preferenze. Per realizzare questa Utopia - entro la quale si riversano indubbiamente anche istinti di natura personale puramente egoistici e mercantilistici - essi utilizzano il massimo della scienza e delle facoltà intellettuali di cui è possibile disporre oggi. Non credo dunque che la scienza sia legata all'etica: è solo un metodo che si può usare con senso del limite (quello umano, ad esempio) o meno. Anzi, credo che proprio la questione UE-Euro manifesti il problema di dove l'intelletto umano possa arrivare se non è sostenuto da altro, un limite dato dalla presa d'atto della realtà (la quale non può essere contenuta in schemi o teorie).

Di conseguenza, tutta la loro "narrazione", i sotterfugi, i dati occultati o trasformati servono solo a coprire il problema etico che ne deriva e - certamente per molti degli "europeisti" - pure per provare a razionalizzare una verità che altrimenti dentro di sé sarebbe insostenibile (la macelleria che stanno mettendo in piedi). Ecco perché a mio avviso non occorre essere degli economisti per ritenere quel progetto profondamente dannoso: perché la loro astrazione, la loro allucinazione è percepibile con un livello di coscienza minimo. Ed ecco perché sono in molti a sostenerti in questa tua denuncia, nonostante di macroeconomia ci capiscano gran poco.



(...così, a me, di primo acchito, sembra una gigantesca supercazzola. Che la sociopatia di certi personaggi - come quelli che vorrebbero "disciplinare" le imprese (altrui) manganellandole col cambio rigido - sia comprovata, e che susciti un istintivo ribrezzo, è certo. Non occorre il dottorato per inorridire di fronte a un serial killer. Che alcuni di essi siano scollati dalla realtà, per mancanza di strumenti analitici, di tempo speso a consultare dati, o perché vivono in una bolla, è altresì palese. Però il problema che ponevo era totalmente diverso. Sul tema delle responsabilità, il piano doxa-aletheia è estremamente importante. Ogni uomo ha diritto alle proprie opinioni, nessuno ai propri fatti. Trasformare l'epistème economica in doxa è lo snodo etico rilevante, e il mio problema non è nemmeno che ci provino i soliti cialtroni, ma che dalla parte di chi ci dovrebbe aiutare di cada così facilmente in trappola. Rispetto a questo, la dicotomia astratto-concreto cosa c'entra? Voi l'avete capito, il giovine Baroni?...)

martedì 21 marzo 2017

Alcune precisazioni a caldo su Radio Anch'io

(...qui il podcast...)

La prima precisazione è che questa precisazione viene data a caldo perché non ho alcuna intenzione di essere tiepido. La fine dei tiepidi è spiegata in Ap. 3, 16 e non sarà la mia.

La seconda precisazione è che a me interessa mantenere rapporti cordiali con tutti e non vedo perché non dovrei mantenerne con Giorgio Zanchini, che è persona cortese e disposta all'ascolto, e mi ha invitato nella sua trasmissione. È interesse di tutti, ma soprattutto mio, mantenere rapporti cordiali proprio perché le cose andranno come dico io, e quindi io in particolare non ho alcun motivo per inasprirmi né mi sono inasprito (e appunto non vorrei sembrasse così). Insomma, dico a me stesso quello che ho detto a tanti politici: "Ma perché non ti dai una calmata, ora che il mondo sta andando dove tu dicevi che sarebbe andato?" E infatti sono calmo, tanto che qualcuno se ne stupisce (senza motivo).

Terza precisazione: è lievemente impreciso dire che la critica alla costruzione europea sia una "mia" tesi. La frase "è cresciuto il dibattito attorno alle sue tesi", pronunciata da Zanchini credo con l'ottima intenzione di presentarmi a un pubblico che non necessariamente mi conosce, e penso anche con la lusinghiera intenzione di sottolineare che in qualche modo sono stato mio malgrado un precursore, necessita però pro veritate di una piccola chiosa. Essa è perfettamente sensata se per "sue" si intende "quelle che lei [cioè io] ha portato nel dibattito". Viceversa, avrebbe molto meno senso se con "sue" si intendesse "quelle che lei ha elaborato", perché, come qui (e ormai in Italia) tutti sanno, non mi sono inventato nulla, il fallimento dell'euro era annunciato, e, come ho ricordato in trasmissione, non esiste alcun lavoro scientifico che ne abbia mai suggerito ex ante l'opportunità, tranne uno finanziato dalla Commissione Europea, dal quale i due principali autori ancora viventi si sono dissociati. In particolare, Jean Pisani-Ferry (menzionato a p. 6 dello studio come uno degli autori) si è dissociato qui dall'idea esposta a p. 24 dello studio, secondo cui col passaggio alla moneta unica non ci sarebbero più state crisi di bilancia dei pagamenti fra paesi membri (insomma, l'idea un po' scema che i tedeschi avrebbero rivoluto indietro dai greci le dracme, ma non gli euro!), mentre Daniel Gros (menzionato anche lui a p. 6 fra gli autori dello studio) se è dissociato qui dall'assunto principale dello studio, ovvero che per un mercato unico ci volesse una moneta unica (One market, one money).

Quindi: non solo la critica all'Europa non è un mio trade mark, ma addirittura la propaganda preventiva all'euro si è talmente usurata alla prova dei fatti che chi l'ha perpetrata oggi giustamente prende le distanze. Voglio sottolineare che cambiare idea quando i fatti lo impongono è prova di maturità e quindi non intendo che il mio sottolineare certi voltafaccia venga preso necessariamente come critica: potrebbe anzi essere letto come un elogio per gli esimi colleghi che hanno avuto il coraggio di arrendersi all'evidenza. Va anche detto che la fallacia logica dei loro argomenti era stata portata alla loro attenzione ex ante, ad esempio qui, ma lasciamo perdere...

La quarta precisazione riguarda un punto essenziale. Quando ho affermato che "più che sulle cifre che vengono date a casaccio, svalutazioni del 50%, roba che non è nella letteratura scientifica, ci dovremmo interrogare su quale era il significato politico, magari anche giusto, di questo progetto, quando è stato lanciato, e su come sono mutate le condizioni politiche da allora", non intendevo però dire che "gli scenari sono difficilissimi da prevedere" (frase con la quale Zanchini ha riassunto il mio pensiero, suppongo per esigenze di sintesi), e infatti non l'ho detto (cosa che avrei fatto, se invece avessi avuto intenzione di dirlo), né tantomeno intendevo avallare le astruse e del tutto minoritarie (nel dibattito scientifico) tesi del mio interlocutore Lippi secondo cui l'Italia non trarrebbe benefici da un riallineamento del cambio e più in generale da una profonda revisione dell'assetto europeo. Intendevo dire quello che ho detto, cioè che nel dibattito vengono date cifre a casaccio, e che (a questo punto purtroppo devo sottolinearlo), il servizio pubblico dà loro molto spazio, senza adeguato contraddittorio. Nè è prova il fatto che Prodi ha potuto parlare di svalutazione del 50% in caso di uscita (al minuto 9:10 del podcast) quando nessuno (nes-su-no) studio scientifico, nemmeno quelli della Commissione Europea, avalla stime così catastrofiche, come ho chiarito documenti alla mano qui.

Tuttavia su un punto ha pienamente ragione Zanchini: lui non mi ha attribuito la frase che uscire fosse impossibile, come ho sbrigativamente riportato in questo tweet (e qui sono stato troppo sintetico io, e quindi me ne scuso):



Mi ha però attribuito l'idea che sia difficilissimo (non impossibile) prevedere cosa accadrà ("gli scenari in caso di uscita sono difficilissimi da prevedere"). Ora, io non ho detto questo: ho detto che nel dibattito vengono dati numeri a caso con l'acquiescenza dei media - il che, implicitamente, rende difficile per il pubblico farsi un'idea di quale sia lo scenario corretto. Non l'ho detto e non lo penso (ma di questo parlerò in altra sede). Peraltro, qui il problema non è quanto costerebbe un dollaro dopo l'uscita (probabilmente di meno), ma è un problema di democrazia, inavvertitamente messo in evidenza dai miei interlocutori: lo scopo dell'euro era costringere gli italiani a fare quello che non volevano fare. Posto anche che ciò cui li si voleva costringere fosse stata la cosa giusta (ma i risultati provano il contrario), costringere un corpo elettorale a fare cose che non vuole a casa mia si chiama fascismo.

L'ho detto nel 2011, e lo ripeto nel 2017, dopo che la vicenda greca ha chiarito cosa intendo a chi poteva capirlo.

Concludo con una osservazione, la solita: non dipende da noi.

Il sistema è insostenibile e quindi crollerà: potrebbe crollare in Francia, visto che lì ci sono politici in grado di far capire nei dibattiti televisivi quello che illustri colleghi esperti di tutt'altro non capiscono nei loro studi, ovvero che l'euro favorisce la divergenza, non la convergenza, fra i paesi membri.

A quel punto, se dovesse succedere, con che spirito prenderemmo le necessarie misure? Le prenderemmo, temo, sotto la spinta di un'opinione pubblica terrorizzata da scenari del tutto fasulli, diffusi dai media senza reale contraddittorio e senza possibilità di vaglio critico.

Ai giornalisti tutti vorrei evidenziare, col massimo rispetto e con la massima comprensione per le difficoltà oggettive nelle quali capisco che possano trovarsi, la grande responsabilità che si prendono con questo modus operandi. Aggiungo anche che questa responsabilità è direttamente proporzionale alla loro credibilità, e che a furia di raccontare, o lasciar raccontare, baggianate, i media questa credibilità la stanno perdendo. A me, come ho detto più volte, questo non rassicura, perché se da un lato implica che i vari "progetti paura" sono sempre meno efficaci, dall'altro implica che nei momenti cruciali i cittadini saranno privi di punti di riferimento attendibili, perché avranno ormai interiorizzato una radicale diffidenza verso chi gli ha preannunciato catastrofi dopo la Brexit, come del resto, prima, gli aveva preannunciato un Eden dentro l'euro.

(...ci sarebbero molte altre rettifiche da fare, ma sono superflue per voi, e inutili per chi ha sentito lievi imprecisioni in radio. Ho da fare...)

La medicina non è una scienza

Reduce da un duplice prelievo (una mora mi ha sfilato 117 euro, e un'altra mora mi ha sfilato 117 gocce di sangue), rifletto sulla caducità delle cose umane, e su quanto vacui siano certi rituali. A che prò farsi le analisi? Non mi riferisco al fatto che il risultato già lo so: colesterolo LDL verso l'infinito e oltre, acido urico probabilmente sotto i 9 grammi per litro (ormai sono allopurinolodipendente), omeocisteina meglio non saperlo, il resto chi se ne frega. No, mi riferisco a qualcosa di più radicale, che ho appreso, con una certa costernazione, a margine di un dotto seminario tenutosi sotto le volte affrescate di un prestigioso istituto romano. Il gentile ospite aveva proposto a un'eletta platea di persone che la pensano più o meno allo stesso modo di dibattere (ma perché dibattere se la si pensa allo stesso modo?) sull'economia, e nella sua relazione introduttiva veniva posto un tema che a voi sembrerà stantio (vabbè, ve la dico tutta: c'erano anche i famosi 60 miliardi de Lacoruzzzzzzione, all'ordine del giorno...), ma che ritorna con la petulante regolarità di una stagione poco amata: "gli economisti hanno fallito le loro previsioni"...

Il seminario, per fortuna, aveva preso da subito un'altra piega: si era parlato di altro, cioè, sostanzialmente, di tutto quello che trovate qui. Mi dicono che non devo dire "ve lo avevo detto", perché altrimenti risulto antipatico. Ma chi mi rivolge questa assennata esortazione, alla quale io rispondo con garbato apprezzamento, forse ignora due elementi importanti.

Il primo è che a me non interessa il consenso. Non è mio obiettivo essere simpatico a tutti: preferisco esserlo ai migliori. Il mio rifiuto esplicito del facile consenso è al tempo stesso la migliore garanzia di credibilità (sto semplicemente enunciando fatti, non cerco di blandire nessuno), e, paradossalmente, il miglior modo per ottenere quella adesione emotiva un po' bovina, quell'ammmmmmmoooooorrrreeeeee che molti di voi mi manifestano (sappiate che io comunque il pio bove lo amo...). Sì, insomma, per dirla in soldoni: fare lo stronzo buca lo schermo, ed è meglio essere antipatici che passare indifferenti (naturalmente cum grano salis). Quando mi servirà il consenso, vi dimostrerò che so ottenerlo. Ricordate quando dicevate che non sarei mai andato in televisione?  Che non avrei mai scritto sui giornali? O che su Twitter non avrei avuto seguito perché sono troppo prolisso? Ecco, rilassatevi: non sono fatti vostri, e comunque il problema non si pone...

Il secondo motivo, meno soggettivo del primo, è che quando rivendico l'efficacia delle mie previsioni non lo faccio (solo) per (un benedetto e santo) narcisismo, ma anche (e soprattutto) per affermare la dignità della scienza economica. Vedete, questa storia che l'economia non è una scienza non è solo un'idiozia in termini epistemologici, ma è anche e soprattutto un'arma di propaganda. Basterebbe pensare a chi l'ha introdotta nel dibattito: è stato il "Trio monnezza", come i più attenti di voi ricorderanno. Ma siccome c'è sempre qualcuno che, buonisticamente, si adonta se giudichiamo gli argomenti da chi li propone, rapidamente vi spiego more geometrico perché chi dice "l'economia non è una scienza" fa propaganda per il progetto neoliberista. Il motivo è semplice: siccome tutte le ricette neoliberiste hanno fallito, e siccome "er popolo" comincia ad accorgersi che dietro queste ricette c'è un disegno politico ben preciso (comincia cioè a capire che Lausterità non è stata fatta perché occorresse consolidare il bilancio pubblico, ma perché bisognava ulteriormente distorcere a danno dei salari, cioè a vantaggio dei profitti, la distribuzione del reddito), gli intellettuali neoliberisti (piacevole ossimoro), per deresponsabilizzarsi, per chiamarsi fuori, portano avanti l'idea che l'economia non sia una scienza, che non esistano relazioni causali fra certe politiche e certi risultati, che sia tutto un po' vago, che oggi tutto sia diverso, che stiamo navigando in acque inesplorate, e via scemenzando. Questo al solo e unico scopo di non sedere dove dovrebbero, cioè sul banco degli imputati. Dà loro molto, moltissimo fastidio, quando si ricorda loro che era tutto già scritto, che essi sapevano benissimo come i loro illuminati pareri, le loro auguste prescrizioni, fossero chiaramente orientate a danno del lavoro e a vantaggio del capitale. Loro preferiscono passare per scemi, piuttosto che per criminali, e questo è comprensibile. Preferiscono svilire la propria scienza ad alchimia, piuttosto che confessare di averla deliberatamente usata a vantaggio dei pochi contro i molti. Ma non deve essere permesso mai, e tantomeno nella società dell'informazione, agli intellettuali di sottrarsi alle proprie responsabilità.

L'economia è una scienza, e quindi se ho azzeccato tante previsioni non è merito mio, ma di chi non mi ha pagato per non azzeccarle.

Così, come vedete, abbiamo anche risolto il problema del narcisismo... o forse lo abbiamo spostato dal piano intellettuale a quello etico: ma io non ho detto che non mi sarei venduto: ho solo detto che nessuno ha avuto la buona idea di comprarmi!

Ora, visto che diffondere l'idea che l'economia non sia scienza è parte integrante del contrattacco neoliberista, duole (oh, se duole!) constatare che intellettuali progressisti non banali cadono in questa trappola. Durante tutto il seminario avevo tentato di riportare il dibattito sul tema cruciale: l'importanza dei linguaggi, e quindi, in primo luogo, la necessità assoluta e categorica di astenersi dall'usare categorie liberiste nell'articolare i nostri ragionamenti. Accettare il linguaggio del nemico è avere perso: va bene se vuoi solo far finta di combattere (e molti, secondo me, hanno fatto finta: ricordate la storia dei fire sales?), ma non va bene se vuoi fare sul serio (e ora è il momento di fare sul serio).

Pensate quindi come ci son rimasto quando, in chiusura dei lavori, il tema dello statuto scientifico dell'economia è tornato a galla (come si conviene alla sua natura)! Mi sono permesso di svolgere sinteticamente le considerazioni che vi ho offerto sopra, e sapete cosa mi è stato risposto da due intellettuali che stimo? Che si può parlare di scienza solo se si riesce a prevedere esattamente un evento (esempio: la predizione di un eclissi solare), e se si possono effettuare esperimenti in condizioni controllate.

Con il sangue agli occhi (perché io voglio vincere, quindi mi dolgo nello scoprirmi compagno di strada di perdenti) ho fatto gentilmente notare che i due esempi erano incongruenti, dato che nessuno ha mai portato in laboratorio un globo solare per osservarlo in condizioni controllate (l'astronomia non è propriamente sperimentale). Quanto all'esattezza delle previsioni, ho gentilmente suggerito ai miei interlocutori di chiedere al proprio medico quando sarebbero morti, invitandoli a non fidarsi di lui qualora non avesse saputo fornirgli la data esatta del triste (o lieto: c'è sempre chi vede il bicchiere mezzo pieno) evento.

Io ho detto che la Finlandia (e la Francia) erano in crisi quando nessuno ne parlava, e anzi quando tutti vedevano nella Finlandia un esempio e nella Francia una speranza. Io vedevo il tumore. Io sono uno scienziato. Io non so dire quando l'euro crollerà, come il medico, alla prima ecografia, non sa dirti quanti giorni di vita ti restano. Ma so che questa costruzione è malata e agonizzante.

A chi dice che l'economia non è una scienza, perché non prevede l'esatta data degli avvenimenti, dovrebbe essere proposto di rinunciare (o, in un mondo meno umano e più draconiano, vietato di accedere) alle cure mediche. A che ti serve uno scienziato che non è uno scienziato perché non sa dirti la cosa più importante: quanto tempo ti resta per dire la qualunque?

Ecco: io cerco di rispettare gli altri. Ma a me viene riferito il dolore di tanti. Non posso sopportare che chi ne è stato causa attiva si sottragga alle proprie responsabilità, non posso sopportare che lo faccia schernendo grandi uomini, come Keynes e Kaldor, e soprattutto non posso sopportare che chi dice di voler contrastare questi agenti del Male cada in modo così ingenuo nelle loro trappole.

Sed de hoc satis. Al seminario non sono state dette solo lievi imprecisioni. Ora ho un'intervista in radio, poi, se mi avanza tempo, vi dirò un paio di cose non banali che ho sentito. C'è sempre da imparare, e, fra l'altro, è esattamente per questo motivo che è meglio non sapere quando si morirà. Il che, peraltro, non implica che si sia immortali...